Donne e Volontariato

Un lavoro sullo stato della parità di genere.

 

 La riflessione di Daniela Galeazzi su “Donne e volontariato” chiarisce come la parità di genere non sia un dato, ma un obiettivo a cui ci si avvicina con grande fatica e molto lentamente. E non credo che ci sarà un accelerazione fino a quando, attraverso una sorta di rivoluzione copernicana, non si avrà piena consapevolezza che la parità di genere non attiene alla questione femminile, ma a quella maschile. Che la disparità di genere, poi, sia presente anche nel volontariato (Auser compresa) nonostante le garanzie statutarie e la presenza maggioritaria di donne, molte delle quali ex sessantottine, la dice lunga su quanto sia difficile inverare principi che a parole tutti dicono di condividere. Per quanto ci riguarda, dobbiamo da subito riflettere sulla assunzione di ruolo all’interno della nostra associazione affinchè ci si convinca che a motivarci verso questa forma di impegno sono la generosità e la disponibilità verso gli altri e non una nostra necessità di emergere che ci spingerebbe ad essere ancora una volta competitivi. Infine, a livello generale tutti dobbiamo essere consapevoli, soprattutto in momenti difficili come questi, che la nostra società può meglio avanzare se in grado di liberare tutte le potenzialità soggettive, senza discriminazioni di genere. L’auspicio è che il percorso verso la parità di genere assuma al più presto le caratteristiche di un fiume in piena.

Gianfranco Pizzolitto
Presidente AUSER FVG/ONLUS

 

DONNE  E  VOLONTARIATO
Daniela Galeazzi

Il tema del volontariato femminile è veramente ampio e complesso. Mi limiterò perciò a toccare solo alcuni aspetti della situazione italiana, citando eventuali differenze o somiglianze con quella europea.

Vorrei partire da un dato che meglio di tante parole chiarisce il contesto in cui intendo collocare il discorso: oggi in Italia le donne impegnate nel volontariato costituiscono più della metà di tutti i volontari (51,2%), percentuale che è in continua crescita rispetto alla componente maschile, sia in Italia che in Europa. Si tratta di un sorpasso recente visto che nel 2010 i volontari uomini nel nostro Paese erano il 54%. Il dato già di per sé è sorprendente, ma lo diventa ancora di più se prendiamo in considerazione i mutamenti intervenuti negli ultimi anni nella nostra società. La grave crisi economica, politica, sociale, culturale che si è abbattuta sull’Italia, e non solo, ha portato a un arretramento dei diritti dei soggetti socialmente più deboli, tra i quali le donne. Un dato per tutti: oggi soltanto il 50% delle donne italiane lavora fuori casa e quelle che hanno la fortuna di avere un’occupazione subiscono un notevole divario retributivo di genere. Per uno stesso lavoro una lavoratrice guadagna in media tra il 10 e il 18 % in meno rispetto ad un collega lavoratore maschio, una percentuale che accomuna sia l’Italia che l’Europa, dove il divario è del 16,2 %.

Ma la fatica di essere donna oggi è legata anche alla specificità del ruolo femminile all’interno della famiglia, dove esiste da sempre una divisione dei compiti penalizzante per la donna, divisione che ora le mutate condizioni del contesto sociale rendono ancor più pesante. Infatti a fronte all’attuale riduzione della spesa pubblica, la famiglia è stata costretta ad assumere il ruolo di welfare alternativo rispetto allo Stato. Così le donne, madri o nonne che siano, devono accollarsi, oltre al lavoro di cura della casa, anche un sovraccarico di lavoro a favore dei membri della famiglia: per gli uomini adulti, per i figli piccoli, per i nipoti, per gli anziani. Insomma sono impegnate su più fronti e spesso su quattro generazioni.

Potremmo dire che questo welfare fatto in casa, mai riconosciuto né monetizzato, sta producendo una massa di “donne schiacciate”, come sono state efficacemente definite dalla giornalista de La Repubblica, Vera Schiavazzi. Questo mutato contesto familiare influisce direttamente e in maniera negativa sulla quotidianità femminile, per cui la quantità di tempo che le donne possono investire nel volontariato tende a diminuire e, se non interverrà un cambiamento nel welfare, tenderà a diminuire sempre più in futuro, in presenza di bisogni crescenti della famiglia e della società (basti pensare all’aumento di speranza di vita, al cambiamento del modello lavorativo femminile…). Eppure i dati sul volontariato ci stanno dicendo il contrario, ci stanno dicendo che il numero delle donne che riescono a ricavare del tempo da dedicare agli altri è in aumento.

Come spiegare questo fatto?
Probabilmente con la crescita della sensibilizzazione femminile sulle tematiche sociali.

Il desiderio di essere e di sentirsi utili agli altri e alla comunità, di relazionarsi con le persone, di scambiare esperienze ed emozioni, d’imparare cose nuove, di partecipare, di mettersi alla prova, di rendere la propria vita attiva anche al di fuori degli impegni familiari, molle che in genere spingono tutte le persone a dedicarsi al volontariato, sono motivazioni sentite sempre più fortemente dalle donne che con grande abilità organizzativa riescono a conciliare vita familiare e vita sociale.

Diverse indagini hanno poi accertato che esiste una stretta connessione tra pratica del volontariato e livello culturale: più cresce il secondo più aumenta la prima. E negli ultimi decenni le donne di tutte le età hanno ottenuto risultati migliori degli uomini per molti indicatori di istruzione e formazione.

Bisognerebbe veramente guardare con più attenzione alle volontarie che, dopo essersi fatte carico della famiglia, della casa, spesso anche del lavoro, riescono a trovare tempo ed energie per farsi ancora carico dei problemi degli altri. Possiamo affermare quindi, senza ombra di smentita, che l’impegno femminile nel volontariato ha un valore aggiunto che andrebbe maggiormente riconosciuto, anche da parte delle stesse organizzazioni di volontariato. Su quest’ultimo punto è utile fare un’ulteriore riflessione. Se il rapporto tra associazionismo e mondo femminile, pur nella varietà e nella complessità delle situazioni, risulta positivo in base a quanto fin qui affermato, dietro al dato numerico si celano però situazioni che indicano quanta strada resta ancora da fare per raggiungere un equilibrio di genere.

Ad esempio, analizzando la divisione degli incarichi all’interno delle associazioni, scopriamo che spesso si ricalcano i ruoli familiari tradizionali per cui le volontarie, soprattutto le meno giovani, si fanno carico delle attività considerate femminili, quelle legate al “prendersi cura di…”, assumendo un ruolo quasi da governanti: assistenza alla persona, compagnia telefonica, assistenza a casa… Sono poi quasi totalmente appannaggio delle donne le attività riguardanti il lato ricreativo-gastronomico delle manifestazioni. Ci possiamo chiedere allora: la figura della “volontaria che cura” è una libera scelta o le volontarie vengono spinte a occuparsi di “cose da donne”, finendo in una sorta di ghetto anche nel volontariato? Finiscono cioè con il perpetuare anche qui un ruolo femminile subalterno come in famiglia e nella società? È una questione che bisognerebbe approfondire.

Ma c’è un altro aspetto che caratterizza la partecipazione delle donne sul quale vale la pena soffermarsi maggiormente. Se le volontarie sono più della metà dei volontari, ci aspetteremmo che anche i ruoli dirigenziali all’interno  delle strutture associative fossero divisi equamente per genere. Da una recente analisi degli organigrammi di 15 tra le più conosciute associazioni italiane di dimensioni medio-grandi, escludendo le associazioni di donne per le donne, è emerso invece che nelle cariche dirigenziali si ha un’assoluta prevalenza maschile: il ruolo di presidente è ricoperto da una donna in 4 casi su 15 e questa prevalenza diventa sempre  più  massiccia  man  mano che si sale nella scala gerarchica. Altri dati del 2012, raccolti dalla Fondazione Volontariato e Partecipazione e dal Centro Nazionale per il Volontariato, ci dicono che nel volontariato su tre presidenti solo una è donna, esattamente  nel  33,7% dei  casi, dati confermati anche dallo studio di Stella Milani, ricercatrice del Centro interuniversitario di sociologia politica dell’Università di Firenze, da cui risulta che solo il 34% delle donne contro il 66% degli uomini presiede un’associazione di volontariato.

Troppo poche quindi sono le donne che raggiungono posizioni di responsabilità dirigenziale nell’associazionismo, un disequilibrio di genere che non caratterizza solo l’Italia se nella sua relazione sull’attività volontaria in Europa (ottobre 2013) l’europarlamentare Marco Scurria ha chiesto al Parlamento europeo “di prestare attenzione alla parità di genere nel settore del volontariato e in particolare alla marcata discrepanza tra uomini e donne in termini di mansioni direttive nell’ambito del volontariato, dove gli uomini sono sovrarappresentati”.

Questa situazione non interessa certo solo il volontariato. In Italia, dove le politiche di genere sono senz’altro più arretrate rispetto ad altri contesti europei, le donne faticano a raggiungere i ruoli chiave in qualsiasi campo: secondo i dati del 2009, una su 15 è presidente di tribunali, le donne medico sono il 35% ma solo il 12% dei primari, le donne sono il 45% dei ricercatori ma solo il 18% dei professori ordinari; l’Italia è tra i paesi dell’U.E. quello con il più basso numero di donne al vertice delle banche. Questa bassa valorizzazione delle competenze femminili dimostra inequivocabilmente che il modello culturale prevalente in Italia è ancora quello patriarcale e sessista. Un dato significativo: il nostro Paese nel 2013 è ancora al 71° posto nel mondo come livello di parità di genere, secondo la classifica del Global Gender Gap Report sulla disuguaglianza di genere. Se questa è la situazione generale, ci si aspetterebbe però che le organizzazioni di volontariato rappresentassero un modello, rappresentassero cioè dei possibili laboratori di democrazia e di promozione delle diversità. Il volontariato non dovrebbe avere anche un ruolo culturale nel nostro Paese? Non dovrebbe esercitarlo anche nel campo delle pari opportunità, diventando esempio concreto di una vera parità?

Tra l’altro una domanda nasce spontanea: come può il mondo del volontariato promuovere con la sua azione e il suo impegno valori di equità di genere, di pari opportunità per tutti, quando non li promuove al proprio interno? Per cercare di invertire questa tendenza discriminatoria, bisogna allora individuare i motivi della scarsa presenza femminile negli organismi dirigenziali dell’associazionismo. In una situazione in cui le organizzazioni di volontariato sono poco abituate a riflettere su se stesse, e in particolare sulle quote rosa, che sono prese invece più in considerazione nel mondo lavorativo e politico, dobbiamo dare atto ad Auser nazionale di aver attivato nei primi mesi del 2011, un progetto/processo finalizzato all’analisi quantitativa e qualitativa della presenza femminile nell’associazione, con lo scopo di promuovere una maggiore partecipazione delle donne alla vita associativa.

L’analisi quantitativa sulle differenze di genere all’interno del mondo Auser è stata effettuata tramite questionar! rivolti alle Associazioni Locali Affiliate e alle Strutture di Direzione Regionali e Provinciali. Ne è risultato che anche nel mondo Auser la presenza femminile è rilevante ed è in crescita in misura maggiore rispetto a quella maschile. È emerso pure che i più alti livelli di responsabilità sono ricoperti da uomini: nelle Affiliate le donne presidenti sono il 29,7% del totale dei presidenti, nelle Associazioni Regionali e Provinciali, cioè nelle strutture di direzione, le donne che rivestono il ruolo di presidente sono solo il 19,3%. Una realtà ancora lontana dall’obiettivo dell’equilibrio di genere posto dalla disposizione antidiscriminatoria, contenuta nello statuto di Auser all’articolo 40:

«Al fine di rendere concreta l’affermazione di una associazione di donne e di uomini, nella formazione degli organismi dirigenti, nelle sostituzioni che negli stessi si rendano necessarie, nella distribuzione degli incarichi, nella rappresentanza esterna, nazionale ed internazionale, nessuno dei generi può essere rappresentato al di sotto del 40%.» Sono stati quindi realizzati sei focus group nazionali su regioni campione, di cui uno dedicato alle donne che partecipano agli organismi di direzione Auser, gli altri cinque rivolti a quelle che svolgono attività di volontariato nelle associazioni locali. Ogni focus group si è basato su una libera discussione all’interno di un piccolo gruppo, su uno o più temi proposti da un moderatore.

I dati emersi hanno messo in luce che esiste la disponibilità femminile a ricoprire incarichi di dirigenza come pure il desiderio di una presenza più attiva nel volontariato, ma vari fattori tra loro intrecciati e interagenti diventano un freno alla partecipazione. Si tratta di fattori di carattere sociale, come il vincolo derivante dai carichi familiari accentuati, come già accennato, dall’attuale riduzione del welfare sociale, cui è sotteso un diffuso senso di colpa che le donne provano nel sottrarre tempo alla famiglia. Entrano in gioco anche fattori di carattere culturale come gli stereotipi che limitano la partecipazione femminile alla vita dell’associazione, cioè abitudini a non “far carriera”, la tendenza a non strutturare il proprio percorso in termini di potere e a puntare più sulla famiglia che sulla vita sociale. Ma tra le ragioni della scarsità di leadership femminile ci sono anche resistenze culturali e organizzative all’interno del volontariato stesso, come il meccanismo della cooptazione adottato molto spesso per la selezione dei dirigenti, perché, anche se gli organismi vengono regolarmente eletti, le proposte di designazione vengono generalmente fatte da chi è già in carica. Ciò porta ad un ricambio molto lento ai vertici dove si trovano sempre gli stessi nomi che girano tutti gli organismi di rappresentanza. e in genere non sono nomi femminili.

È stata rilevato inoltre che la partecipazione delle donne alle decisioni circa le iniziative da realizzare o in merito all’organizzazione delle stesse non è ancora adeguata. Ad esempio, la scelta degli orari e dei tempi spesso non tiene conto delle esigenze del lavoro di cura in famiglia, per cui la divisione dei ruoli all’interno dell’associazione poggia più sul criterio della maggiore disponibilità di tempo che sulle competenze. Altre volte non c’è una sufficiente condivisione sulle modalità di svolgimento delle attività, per cui si crea un ostacolo alla partecipazione delle donne che per lo più sono ai margini dell’informazione e delle leve gestionali.

Questa scarsa valorizzazione di una componente del volontariato si traduce nella perdita per la collettività delle competenze e delle sensibilità che il mondo femminile ha sviluppato in una storia millenaria di pratiche familiari e di cura. Le donne sono portatrici di una diversità che è un valore: hanno un’attitudine alle relazioni umane e all’ascolto vivendo in prima persona le carenze del welfare, hanno sviluppato la capacità di analizzare i bisogni sociali e di fare proposte conseguenti, possiedono concretezza, spesso presentano maggiore attenzione e disponibilità al rapporto intergenerazionale, esprimono un impegno più intenso nelle attività culturali (attività didattiche, biblioteche, teatro…). Non dimentichiamo neppure che molte donne oggi impegnate nel volontariato provengono dalla generazione del Sessantotto che ha portato una svolta culturale e sociale, specialmente per i! genere femminile, che ha inciso sulla vita di un’intera generazione e possiedono quindi competenze, energie, buoni livelli di istruzione, quando non hanno anche ricoperto ruoli di responsabilità nel lavoro e nelle istituzioni.

Che fare allora? Che non basti inserire, per quanto importante, nello statuto di un’associazione  una  norma antidiscriminatoria lo dimostra il caso Auser. Infatti a cinque anni di distanza da tale inserimento, Vilma Nicolini, responsabile dell’Osservatorio Pari Opportunità Auser, così afferma: «Non si rivela tuttavia un evidente cambiamento ai vertici di Auser, probabilmente a causa delle rigidità culturali ed organizzative che la caratterizzano. I dati quantitativi relativi alla presenza ed al ruolo delle donne dirigenti nella nostra associazione fotografano una realtà ancora lontana dall’obiettivo dell’equilibrio di genere.

Nonostante un graduale miglioramento, che rappresenta senz’altro il segnale di un cammino, speriamo senza ritorno, si deve ancora fare i conti con radicate resistenze al cambiamento.» Auser quindi, al fine di creare un’associazione realmente paritaria, ha ribadito a tutti i livelli l’obbligo statutario della norma antidiscriminatoria ed ha  approvato un progetto articolato, i cui punti salienti possono essere così schematizzati:

-creare momenti specifici di consultazione e di proposta che tengano conto del punto di vista delle donne sul modello dei focus group, che si sono rilevati fondamentali per raccogliere informazioni e per produrre interazione sociale;

-mettere in atto una maggiore collegialità e condivisione degli obiettivi e delle decisioni, in modo da tener conto delle esigenze specifiche delle donne e anche della loro capacità di analisi dei bisogni sociali e di avanzare proposte;

- rivedere i criteri di scelta che riguardano ruoli e funzioni di responsabilità, con riferimento sia gli accessi alle strutture direzionali sia alla qualità degli incarichi, da distribuire in base a criteri che premino non tanto la maggiore disponibilità di tempo delle persone, quanto piuttosto la predisposizione al ruolo, le competenze, le capacità progettuali e organizzative;

-essendo il circuito delle informazioni di fondamentale importanza non solo per lo sviluppo di pratiche di trasparenza, ma anche per la concretizzazione delle pari opportunità, prestare maggiore attenzione ai processi di comunicazione interna ed esterna, tenendo conto anche della differenza di genere nel messaggio e nel linguaggio;

- investire risorse in un progetto di formazione per le donne, relativo sia al rafforzamento dell’autostima sia alla valorizzazione delle attitudini e delle competenze già possedute che alla conoscenza delle regole di organizzazione e di funzionamento dell’associazione.

Questo in sintesi ciò che Auser fa per le donne e con le donne per consolidare la propria rappresentatività e democrazia e che potrebbe certamente servire da modello anche per altre organizzazioni di volontariato. Anche se permangono ancora difficoltà oggettive per realizzare un’associazione realmente paritaria, grazie a questo percorso, Auser ha compiuto dei progressi ed è sempre meno un’associazione “maschile”.

Ma accanto a questa doverosa trasformazione interna all’associazionismo va combattuta un’altra battaglia, forse la più difficile, che CGIL e Auser devono continuare a portare avanti partendo dai loro valori, dalla loro cultura. A nessuno sfugge infatti che le associazioni di volontariato sono frutto della società nella quale operano; Ne deriva che, non solo per rafforzare la democrazia nel volontariato, ma anche per giungere ad una democrazia paritaria e costruire un Paese migliore per le donne, e quindi per tutti, è necessario mettere in discussione valori e modelli dominanti, pregiudizi inveterati, combattere un modello culturale che oggi più che mai umilia le donne, per diffondere l’affermazione della legalità, dei diritti, delle libertà e del reciproco riconoscimento dei generi.